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L’amianto e patologie correlate: qualche elemento di conoscenza su un problema di estrema attualità
Dr Francesco Galante (medico chirurgo, specialista in medicina del lavoro – Direttore Distretto S. S. n. 1 - Azienda USL BAT/1) Amiantus alumini similis nihil igni deperdit; hic veneficiis resistit omnibus, privatim magorum. (L'amianto, simile all'allume, non si consuma a causa del fuoco; esso resiste a tutte le stregonerie, specialmente a quelle dei maghi).- Plinio, Naturalis Historia 36, 139 (I sec. D.C.) L’amianto (dal greco: immacolato, incorruttibile) o asbesto (dal greco: perpetuo, inestinguibile) comprende un gruppo di minerali (silicati di magnesio, ferro e sodio) a struttura fibrosa, definiti così nel “Dizionario di Merceologia” di Villavecchia - Eingemenn: “minerale che opportunamente preparato fornisce fibre utilizzate per essere filate e resistenti al calore, con sufficiente flessibilità, con elevata resistenza dielettrica ed elevata resistenza chimica”. Ha numerose e importanti proprietà: non è infiammabile, è filabile e flessibile, resistente agli agenti chimici, al calore, alle sollecitazioni meccaniche e all’usura; ha potere fonoassorbente e fonoisolante, può essere tessuto e si mescola facilmente con materiali da costruzione. L’uso dell’amianto risale a qualche migliaio di anni fa: gli egiziani lo usavano nei tessuti per l’imbalsamazione dei cadaveri, i romani per avvolgere i cadaveri da cremare per ottenere ceneri più pure, i cinesi per confezionare tovaglie. Paradossalmente è stato utilizzato per scopi medici: nel 1600 per la cura delle ulcere delle gambe e fino a circa cinquant’anni fa per la preparazione di polveri contro la sudorazione dei piedi e come amalgame in odontoiatria. L’uso nell’industria moderna risale alla fine del 1800: tra i primi utilizzi ricordiamo la coibentazione delle macchine a vapore eseguita dalla marina inglese e tedesca. Un decisivo impulso all’uso dell’amianto fu dato dalla scoperta di giacimenti in Canada, Sud Africa, URSS e Stati Uniti per cui si passò dall’utilizzo di quantitativi dell’ordine di circa 340.000 tonnellate negli anni ’30 fino a 5 milioni di tonnellate alla fine degli anni ’70. In Italia, fino al 1990, è stata attiva la miniera di Balangero (Piemonte), maggior sito produttivo occidentale europeo (150.000 tonnellate annue). Gli amianti di interesse commerciale si suddividono in due gruppi: a) serpentino che comprende il crisotilo (o amianto bianco) b) anfiboli che comprendono: · amosite (o amianto bruno) · crocidolite (o amianto blu) · tremolite · actinolite · antofillite Il crisotilo è il principale tipo di amianto, impiegato soprattutto in edilizia, nella coibentazione di macchinari e tubazioni, nelle frizioni. La fibra ha un aspetto ricurvo, la lunghezza è variabile (fino a 5 cm) e il diametro è compreso tra 0.75 e 1.5 mm (micron = un millesimo di millimetro – per avere un termine di paragone si tenga presente che il diametro del capello umano è di 40 mm). E’ il tipo di amianto più diffuso nei centri urbani e deriva principalmente dall’erosione delle strutture in cemento-amianto. Gli anfiboli hanno invece una struttura lineare e rigida. La lunghezza è variabile (fino a 8 cm) e il diametro è compreso tra 1.5 e 4 mm. La crocidolite e l’amosite sono stati impiegati in materiali isolanti e coibentanti, mentre la tremolite, la cui lunghezza non supera il millimetro, è stata utilizzata frammista ad altri tipi di amianto quando era necessario utilizzare una fibra corta. In Italia la maggior parte dell’amianto utilizzato è stato il crisotilo, in particolare nei manufatti in cemento-amianto nei quali la percentuale del minerale si aggirava intorno al 15%. Il maggior utilizzo ha interessato i comparti dell’edilizia (lastre, tegole, tubi), l’industria navale, aeronautica e ferroviaria (rivestimenti coibentanti e antincendio), l’industria automobilistica (guarnizioni per freni e frizioni), l’industria tessile. La tabella seguente indica i tipi di amianto contenuti in diversi prodotti usati nell’industria e nell’edilizia (fonte: Gobbato, 2002)
Le caratteristiche dell’amianto derivano dall’essere fisicamente strutturato come fibra. Secondo una definizione dell’Asbestos Research Council, una fibra può essere considerata respirabile quando soddisfa i seguenti requisiti: · lunghezza maggiore o uguale a 5 mm · diametro minore o uguale a 3 mm · rapporto lunghezza/diametro maggiore o uguale a 3 L’inalazione di fibre di amianto determina soprattutto a carico dell’apparato respiratorio una serie di patologie riconducibili a: · reazioni fibrose (una fibrosi polmonare consiste grossolanamente nella formazione di “cicatrici” che si estendono fino ad interessare estese aree dei polmoni compromettendone l’elasticità e quindi l’attività respiratoria), non reversibili, a carico dell’interstizio alveolare (cioè delle pareti degli alveoli: questi ultimi sono microscopiche sacche che si trovano al termine delle ramificazioni più piccole dell’albero bronchiale; attraverso queste pareti l’ossigeno passa nel sangue e l’anidride carbonica passa nei polmoni) e/o delle pleure (membrane che ricoprono il polmone e la cavità toracica) · sviluppo di tumori maligni. Dal punto di vista patogenetico (cioè di come origina e si sviluppa la malattia), il meccanismo d’azione è strettamente legato alla capacità da parte delle fibre di penetrare nel polmone, che a sua volta è funzione del diametro delle fibre, mentre la lunghezza è relativamente ininfluente. Quando manipolato o sollecitato meccanicamente, l’amianto disperde fibre che possono essere raggruppate in grandi, medie e fini, generate in percentuali molto variabili. Le fibre grandi non sono respirabili e hanno tendenza a depositarsi: si tratta di una pericolosità potenziale in quanto possono dare origine a loro volta a fibre più fini. Le fibre medie sono respirabili e possono giungere agli alveoli polmonari. Le fibre fini hanno due particolari caratteristiche: possono fluttuare nell’aria per tempi lunghi (e quindi spostarsi anche a distanza notevole dal punto di emissione) e possono raggiungere la pleura. Le patologie indotte dall’amianto sono documentate da moltissimi studi epidemiologici e sperimentali e consistono in un’attività carcinogena (cancro polmonare, mesotelioma pleurico e peritoneale), in una fibrosi polmonare diffusa detta asbestosi, in ispessimenti circoscritti della pleura indicati con il termine di placche (benigne) che rappresentano essenzialmente indicatori di avvenuta esposizione. Asbestosi. Tutti i tipi di amianto sono chiamati in causa. Si tratta di una malattia caratterizzata dall’alterazione fibrotica dei polmoni sopra descritta. Il periodo di latenza (tempo che intercorre tra prima esposizione e insorgenza della malattia) è in media di circa 15 – 20 anni. Importante è a tal fine l’intensità dell’esposizione e la suscettibilità individuale. La malattia progredisce anche se cessa l’esposizione e determina un quadro di insufficienza respiratoria cronica. Carcinoma polmonare. Anche per questa patologia sono chiamati in causa tutti i tipi di amianto ed anche in questo caso è importante l’intensità di esposizione. Controverso è il rapporto fra tumore ed asbestosi: infatti alcuni autori sostengono che solo i soggetti con asbestosi sviluppano il carcinoma, mentre altri sostengono che non vi è correlazione diretta tra le due patologie. Dimostrata è invece la relazione fra fumo di sigaretta ed esposizione ad amianto per quanto riguarda l’insorgenza del carcinoma polmonare (infatti l’associazione determina un incremento dell’insorgenza di cancro di circa 55 volte, rispetto alle 11 del solo fumo di sigaretta e alle 5 della sola esposizione ad amianto). Mesotelioma (tumore delle cellule del mesotelio, cioè il tessuto che costituisce pleura e peritoneo). La peculiarità di questo tumore ad alta malignità che colpisce le membrane pleuriche e peritoneali (queste ultime rivestono la cavità addominale e la maggior parte degli organi in essa contenuti), è che nei soggetti suscettibili può insorgere anche in seguito a basse dosi di esposizione. Il periodo di latenza è superiore a 20 anni ed è opinione ormai condivisa che gli anfiboli crocidolite ed amosite siano più pericolosi del crisotilo nel determinare il quadro patologico. Già nel 1973 la IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) aveva inserito l’amianto tra le sostanze certamente cancerogene per l’uomo. Nel 1978 l’epidemiologo Irving Selikoff parlò per la prima volta di capacità da parte dell’amianto di provocare mesoteliomi anche dopo esposizioni “estremamente basse” e che “è necessaria una certa dose per innescare il meccanismo patogeno, ma quando questa è stata introdotta ulteriori dosaggi non hanno influenza sulla comparsa del tumore”. Il mesotelioma è causato dalle fibre fini che dal polmone passano alla pleura parietale. La struttura polmone-pleura costituisce una barriera contro tutte le particelle (comprese anche le fibre d’amianto di dimensioni più grandi) ad eccezione di quelle di diametro di circa 0.2 mm, corrispondente a quello delle fibre elementari di anfiboli. Sono le dimensioni che sembrano costituire il fattore più importante nel determinare il passaggio delle fibre dal polmone alla pleura. Gli anfiboli che hanno una vita media molto lunga e rimangono nei tessuti dell’organismo dove si sono accumulati per tutta la vita dell’individuo, sono i cancerogeni più potenti per la pleura al contrario del crisotilo che ha una vita media più breve ed una minore efficacia nel provocare l’insorgenza del mesotelioma. Entrambi i tipi di amianto, comunque, determinano in misura eguale, il carcinoma polmonare. Evoluzione normativa. Il primo provvedimento legislativo italiano relativo all’amianto, è stato il Regio Decreto n. 1720 del 1936 in cui, nella tabella dei lavori faticosi, pericolosi ed insalubri, erano riportate le lavorazioni (mescola, filatura, tessitura) dell’amianto. Successivamente la materia è stata regolata dal punto di vista assicurativo, prima con il Decreto del Presidente della Repubblica (DPR) n. 648 del 1956 dove si stabiliva l’indennizzo per asbestosi per gli addetti all’estrazione e successive lavorazioni dell’amianto e poi con il “Testo Unico delle disposizioni per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni e le malattie professionali” (DPR n. 1124/65). Una tappa legislativa fondamentale dal punto di vista della prevenzione delle patologie correlate all’asbesto è rappresentata dal D.Lgs. 277/91, in cui è previsto, tra l’altro, l’obbligo di predisporre un piano di lavoro prima dell’inizio dei lavori di rimozione dell’amianto, da parte del datore di lavoro della ditta incaricata. Il piano in questione è sottoposto all’analisi del Servizio di Prevenzione e Sicurezza degli Ambienti di Lavoro dell’Azienda USL territorialmente competente. Con la legge n. 257 del 1992 vengono dettate norme per: · la cessazione dell’estrazione, importazione, esportazione ed utilizzazione dell’amianto e dei prodotti che lo contengono; · la realizzazione di misure di decontaminazione e di bonifica delle aree interessate dall’inquinamento di amianto; · la ricerca finalizzata alla individuazione di materiali sostitutivi dell’amianto · il controllo sull’inquinamento da amianto. Di particolare rilievo è anche il Decreto Ministeriale 6 settembre 1994 che si applica alle strutture edilizie ad uso civile, commerciale ed industriale in cui sono presenti materiali contenenti amianto. Il Decreto descrive le metodologie tecniche riguardanti: · l’ispezione delle strutture edilizie e l’analisi dei materiali sospetti · il processo diagnostico per la valutazione del rischio · le misure di sicurezza per gli interventi di bonifica · le metodologie per il campionamento e l’analisi delle fibre presenti nell’aria. Nel decreto si afferma che non sempre l’amianto può essere considerato pericoloso: può essere tale quando vi è pericolo di dispersione delle fibre nell’ambiente come accade nel caso dell’amianto friabile (così definito quando può essere ridotto in polvere con la semplice pressione manuale) o nel caso di amianto in matrice compatta sottoposto ad azioni meccaniche. Dal punto di vista del rischio ambientale, le fonti di rischio sono indicate in tabella:
Luoghi pubblici e privati dove è facile rinvenire amianto in prodotti isolanti (fonte: M. Di Muzio, 2002)
Sempre il DM 6/9/1994 riporta che la valutazione della potenziale esposizione a fibre d’amianto si basa principalmente sull’ispezione visiva finalizzata ad individuare: · materiali integri non suscettibili di danneggiamento (si tratta di situazioni nelle quali non esiste pericolo di rilascio di fibre in atto o potenziale o di esposizione degli occupanti), per i quali non è necessario effettuare un intervento di bonifica ma solo un programma di controllo e manutenzione dei materiali; · materiali integri suscettibili di danneggiamento (si tratta di situazioni nelle quali esiste pericolo di rilascio potenziale di fibre), per i quali è necessario prendere provvedimenti atti ad evitare il danneggiamento (in caso contrario sarà preso in considerazione un intervento di bonifica a medio termine); · materiali danneggiati (si tratta di situazioni nelle quali esiste pericolo di rilascio con possibile esposizione degli occupanti), per i quali è prevista la possibilità di bonifica o di restauro dei materiali. In presenza di situazioni di incerta classificazione, sarà necessario effettuare il monitoraggio ambientale. In questo caso i limiti da considerare come indicativi di una situazione di inquinamento in atto sono: · 20 fibre/litro per analisi eseguite con il microscopio in contrasto di fase (che legge le fibre di lunghezza maggiore di 5 mm e con rapporto lunghezza/diametro maggiore o uguale a 3) · 2 fibre/litro per analisi eseguite al microscopio elettronico a scansione (che legge anche le fibre ultrafini). Comunque il monitoraggio ambientale non è un elemento che consente da solo di valutare il rischio, in quanto fornisce informazioni relative alla situazione esistente al momento del campionamento. Il D.M. descrive i metodi di bonifica e le indicazioni per la scelta dei metodi di bonifica: · rimozione · incapsulamento (consiste nel trattamento dell’amianto con prodotti penetranti o ricoprenti al fine di inglobare le fibre d’amianto; è il trattamento di elezione per i materiali poco friabili di tipo cementizio) · confinamento (consiste nell’installazione di una barriera a tenuta atta a separare l’amianto dalle aree occupate dell’edificio). Nella tabella sono riportati vantaggi e svantaggi dei metodi di bonifica indicati nel DM 6/9/94:
Si riporta quanto indicato nel paragrafo del DM 6/9/94 dal titolo “Indicazione per la scelta del metodo di bonifica” “A scopo orientativo possono essere formulate le seguenti indicazioni: i) un intervento di rimozione spesso non costituisce la migliore soluzione per ridurre l’esposizione ad amianto. Se viene condotto impropriamente può elevare la concentrazione di fibre aerodisperse, aumentando, invece di ridurre, il rischio di malattie da amianto; ii) materiali accessibili, soprattutto se facilmente danneggiabili, devono essere protetti da un idoneo confinamento; iii) prima di scegliere un intervento di incapsulaggio deve essere attentamente valutata l’idoneità del materiale di amianto a sopportare il peso dell’incapsulante…… iv) tutti i metodi di bonifica alternativi alla rimozione presentano costi minori a breve termine. A lungo termine, però il costo aumenta per la necessità di controlli periodici e di successivi interventi per mantenere l'efficacia e l'integrità del trattamento. Il risparmio economico (cosi come la maggiore rapidità di esecuzione), rispetto alla rimozione, dipende prevalentemente dal fatto che non occorre applicare un prodotto sostitutivo e che non vi sono rifiuti tossici da smaltire. Le misure di sicurezza da attuare sono, invece, per la maggior parte le stesse per tutti i metodi; v) interventi di ristrutturazione o demolizione di strutture rivestite di amianto devono sempre essere preceduti dalla rimozione dell'amianto stesso”. Per quanto riguarda le “procedure per le attività di custodia e di manutenzione” il DM 6/9/94 recita: “dal momento in cui viene rilevata la presenza di materiali contenenti amianto in un edificio, è necessario che sia messo in atto un programma di controllo e manutenzione al fine di ridurre al minimo l’esposizione degli occupanti. Tale programma implica mantenere in buone condizioni i materiali contenenti amianto, prevenire il rilascio e la dispersione secondaria di fibre, intervenire correttamente quando si verifichi un rilascio, verificare periodicamente le condizioni dei materiali contenenti amianto. A tal proposito: Il proprietario dell’immobile e/o il responsabile dell’attività che vi si svolge dovrà: - designare una figura responsabile con compiti di controllo e coordinamento di tutte le attività manutentive che possono interessare i materiali di amianto; - tenere un'idonea documentazione da cui risulti l'ubicazione dei materiali contenenti amianto. Sulle installazioni soggette a frequenti interventi manutentivi (ad es. caldaia e tubazioni) dovranno essere poste avvertenze allo scopo di evitare che l'amianto venga inavvertitamente disturbato ….” Linoleum e vinyl-amianto. Il linoleum è un rivestimento per pavimenti ottenuto pressando su tela di juta un impasto formato da olio di lino al quale vengono aggiunti farina di legno, di sughero e resine naturali quali la colofonia (ottenuta per distillazione dalla resina delle conifere). Quest’ultima conferisce proprietà antibatteriche e ciò spiega l’uso del linoleum negli ospedali, scuole ed edifici pubblici. I pavimenti in vinyl-amianto (che non vengono più prodotti da circa15 anni) erano realizzati mescolando amianto, cariche inerti e PVC. L’amianto era aggiunto ai rivestimenti vinilici dei pavimenti per aumentare la resistenza meccanica, quella al calore e alla corrosione. Anche questi pavimenti sono stati utilizzati negli edifici pubblici tra cui anche gli ospedali. Le caratteristiche distintive sono rappresentate dal fatto che i pavimenti di linoleum sono prevalentemente prefabbricati in rotoli di due metri ed è presente una tela di juta sul rovescio. Invece i pavimenti di vinyl-amianto sono costituiti da piastrelle di dimensioni 30 x 30 e non presentano la tela di juta sul rovescio. Nei casi dubbi è possibile prelevare un campione del pavimento (di almeno 5 cmq) e sottoporlo ad analisi mediante microscopia ottica. Per quanto riguarda l’uso di tubazioni e cassoni in cemento-amianto destinati al deposito dell’acqua, non si ha evidenza di un’associazione fra eccesso di tumori gastrointestinali e consumo di acqua potabile. A tal proposito l’OMS nel 1994 si è così espressa: “non esiste alcuna prova seria che l’ingestione di amianto sia pericolosa per la salute; non è stato ritenuto utile, pertanto, stabilire un valore guida fondato su delle considerazioni di natura sanitaria, per la presenza di questa sostanza nell’acqua potabile”. Nell’attuale normativa nazionale e comunitaria non sono previste prescrizioni relative alla sostituzione dei cassoni in cemento-amianto per l’acqua potabile. Note riassuntive e conclusive. La asbestosi e molto probabilmente il carcinoma polmonare costituiscono l’effetto dell’inalazione di fibre d’amianto di tutte le classi dimensionali. Il mesotelioma deriva dall’azione sulla pleura delle fibre più fini. Infatti solo le fibre più fini possono superare la barriera polmone-pleura e solo queste vanno a posizionarsi si determinati siti dove persistono per decenni determinando un insulto cronico responsabile dell’insorgenza di fibrosi in tutti i soggetti e di neoplasia nei soggetti suscettibili. La mole di conoscenze acquisite sull’amianto e sulle patologie ad esso correlate, impone una maggiore responsabilità in materia di protezione dei lavoratori e della popolazione. In Italia l’esposizione ad amianto è causa di morte per circa mille persone ogni anno: in particolare secondo il rapporto ISTISAN “La mortalità per tumore maligno della pleura nei Comuni italiani” i decessi per mesotelioma pleurico sono stati 9094 nel periodo compreso tra il 1988 e il 1997. Fin dal 1987 l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha raccomandato quale limite per la qualità dell'aria il valore di 1 fibra/litro di amianto. A questo si ritiene che possa corrispondere comunque un rischio di cancro polmonare pari ad 1 caso ogni 100.000 - 1.000.000 di persone ovvero un rischio di mesotelioma pari a 1 caso ogni 10.000 - 100.000 persone. Non si tratta di una dato allarmante ma rappresenta senza ombra di dubbio un forte richiamo ad individuare e monitorare soprattutto quelle situazioni che potenzialmente sono o possono diventare vere e proprie emergenze ambientali. Fondamentale è l’informazione dei lavoratori e dei cittadini in virtù del fatto che, come ripetutamente detto, i materiali contenenti amianto sono molto diffusi e interventi di manutenzione, anche di piccola entità (come accade in ambito domestico), possono causare dispersione di fibre se non eseguiti in maniera corretta.
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